lunedì 13 aprile 2009

Juary


Jorge dos Santos Filho, noto come Juary, è nato a São João de Meriti, Brasile, il 16 giugno 1959.

Giunse in Italia nel 1980 in occasione della riapertura delle frontiere.
Proveniva dall'Universidad de Guadalajara, titolata squadra messicana. In precedenza aveva militato nel Santos, squadra ove trovò la sua piena maturazione ma che abbandonò a causa di problemi con la società.

Acquistato dall'Avellino, dopo un'iniziale diffidenza dovuta al suo fisico minuto, divenne il beniamino della tifoseria e convinse appieno mostrando di essere un attaccante dalle caratteristiche ideali per una squadra come quella irpina in lotta per la salvezza.
Riscosse subito simpatie non solo per il suo carattere aperto e solare ma soprattutto per la caratteristica "danza della bandierina", il suo modo folkloristico di esultare dopo aver segnato un gol, facendo tre giri intorno alla bandierina del calcio d'angolo, che lo portò all'attenzione generale.
Dopo due positivi anni di militanza in Irpinia (34 presenze con 13 reti), scelse di giocare in una grande squadra accettando le offerte dell'Inter.
Juary rimase in nerazzurro per il campionato 1982-83 ma non disputò una stagione esaltante (21 presenze e 2 reti).
Venne ceduto l'anno successivo all'Ascoli ma anche la permanenza nelle Marche durò solo un campionato (27 gare e 5 gol).
Nel 1984-85 altro trasferimento, alla Cremonese (19 presenze e 2 reti), sempre senza raggiungere i livelli di rendimento che lo avevano posto all'attenzione generale militando nell'Avellino.

L'anno successivo andò al Porto: vinse subito uno scudetto e l'anno successivo la Coppa dei Campioni realizzando il gol decisivo della vittoria nella finale contro il Bayern Monaco. Al termine dell'esperienza portoghese il ritorno in Brasile per concludere l'attività agonistica.




OGGI
Dal mese di agosto 2007 allena le giovanili del Napoli.

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Juary






L'immancabile danza intorno alla bandierina: la più bella esultanza che io abbia mai visto; forse perchè la prima simpatica e stravagante che io abbia visto.

«Il mio gol più bello tra droga e pistole»
Intervista di ALESSANDRO DELL’ORTO (grazie !!!)
IMPERDIBILE !!!
Giornale Libero - www.libero-news.it
Domenica 30 ottobre 2005


Il piccolo attaccante brasiliano che esultava saltellando intorno alla bandierina del corner racconta una carriera di reti e l’esperienza che l’ha cambiato: 3 anni a lavorare tra i poveri delle favelas.

AVELLINO Jorge dos Santos Filho Juary.
Per tutti più semplicemente Juary, quello che gooool e poi pim, pim, pim, pim, un braccio alzato e tanti saltelli intorno alla bandierina per festeggiare le reti di Avellino (13), Inter (2), Ascoli (5) e Cremonese (2).
Era il calcio anni ’80, lui uno dei primi stranieri di colore sbarcati in Italia in compagnia di qualche campione e molti bidoni. Juary era un ragazzino timido e magro, gambe storte, baffetti ribelli, scatto bruciante e fiuto del gol. A distanza di 25 anni rieccolo qui ad allenare i giovani ell’Avellino: è un baby nonno di 47 anni, saggio e riflessivo, qualche chilo in più, gambe storte, pizzetto imbiancato, fischietto in bocca e tanta voglia di sfondare in panchina. Nel frattempo, una Coppa Campioni da calciatore con il Porto, ultimi gol e giri di bandierina in Brasile, i primi successi da allenatore e una «straordinaria esperienza che mi ha cambiato come uomo»: tre anni a lavorare
nelle favelas di San Paolo.



Bentornato da noi, Juary. Con l’Italiano come siamo messi, lo ricorda ancora dopo tanto tempo?
«Claro che sì, ho mantenuto rapporti con molti amici e ora lo sto ripassando».

Complimenti, parla benissimo. Lezioni private?
«Ma nooooo, ore e ore davanti alla tv. Cartoni animati: Lupin III, Tin tin».

Di nuovo in Italia dopo 25 anni. Perché?
«Ho sempre avuto voglia di tornare, Avellino è la mia seconda casa.
Aspettavo il momento giusto: nella vita non siamo noi a decidere, ma Dio. E grasiasaDios questo momento è arrivato. Mi hanno contattato i dirigenti, è tutta gente tra i 30 e 35 anni ed ero il loro idolo, capisco che c’è un feeling particolare».

Juary allenatore della squadra Beretti.
Che tecnico è?
«Vin-cen-te, claro. Eheheh. Siamo primi in classifica, insegno gioco d’attacco, voglio spettacolo e gol».

Modulo preferito?
«3-5-2, ma tutti avanti. Se perdi 1-0 o 4-0, in classifica sono sempre 0 punti. E poi meglio giocare con 5 punte: gli avversari devono mettere 5 difensori per bloccarti...».

Ma da quanto tempo allena?
«Cinque anni, ho girato un po’ di squadre in Brasile».

Scusi, e prima cosa ha fatto? Perché quella faccia seria?
«Un’esperienza fantastica che mi ha cambiato la vita: ho lavorato a San Paolo nel “Projeto Futebol Comunitario”. Tre giorni la settimana nelle favelas».

Raccontiamo, le va?
«Claro che sì, mi fa piacere anche se è la prima volta che ne parlo pubblicamente.
Era un progetto della Prefettura di San Paolo: un ex campione per ogni sport da mandare tra i bambini poveri e disadattati per cercare di toglierli dalla droga e criminalità insegnando calcio, basket, volley o atletica».

Molta miseria?
«Tantissima, è gente che spesso non ha nemmeno da mangiare. Radunavo ragazzini mattina e pomeriggio e cercavo di farli divertire, di insegnargli a stare insieme, di tenerli lontano dalle tentazioni. Finito l’allenamento facevo da mangiare per chi aveva bisogno, poi passavo da scuola per controllare che tutti fossero andati a lezione».

Favelas significa povertà, droga, criminalità. Mai avuto problemi?
«Attenzione, nelle favelas non sono tutti banditi, grasiasaDios. Gira molta droga, ma non se ne consuma: la si prepara per poi portarla in città. E’ una specie di Stato nello Stato: nei loro territori nessuno si permette di rubare o spacciare».

I ricordi più forti?
«Ci stiamo allenando e pum, sento un colpo di pistola. Mi volto: a bordo campo un ragazzino di 13 aveva sparato e ammazzato uno di 20».

Come faceva a farsi rispettare?
«Sfruttavo il nome ed ero educato. Il primo giorno, a guardare l’allenamento, ci sono una decina di ragazzi che fumano uno spinello. Faccio finta di niente. Lascio passare qualche settimana, e mi avvicino al più grande che ormai aveva capito chi fossi e che mi saluta: “Tu sei Juary, il Professore”.
Lo prendo sotto braccio: “Amico, se vuoi farti le canne fai pure, ma non davanti ai miei ragazzini. Se tu avessi un figlio saresti contento di sapere che c’è chi si droga vicino a lui?”. Mi guarda perplesso, ci pensa su.
Poi: “Hai ragione, Prof, mi allontano”. Da quel giorno ogni
volta che mi vedeva mi chiamava: “Juary, tutto ok”.
Capito? Ha accettato l’insegnamento perché non gliel’ho imposto».

Juary, quanto l’hanno cambiata questi anni di lavoro?
«Tantissimo. Ho imparato che bisogna vivere alla giornata, il tuo domani lo conosce solo Dio e...».

Alt, curiosità: continua a citare DIo, lei è molto religioso?
«Sì, sono cristiano evangelico. Vado a messa tre volte la settimana».

Ok, stava dicendo?
«Che soffro di saudade: il progetto è finitoe ho cambiato lavoro, ma la vita nelle favelas e quei bambini mi mancano. E’ stato il momento più bello ed emozionante della mia vita, molto più di quando ho vinto la Coppa Campioni con il Porto».

A proposito di bambini, come era il piccolo Juary?
«Andavo in giro nudo».

Scusi?
«Niente vestiti fino a 8 anni per la disperazione di mia madre, era una mania».

Famiglia povera?
«Sì, anche se non ci è mai mancato il cibo. Abitavamo a Rio, i miei lavoravano tutto il giorno per mantenere me e 2 fratelli».

Rio uguale spiaggia e partite sulla sabbia a piedi scalzi, è così che ha iniziato?
«Il mare era troppo lontano da casa. A piedi scalzi sì, ma perché non avevo le scarpe: giocavamo
per strada e avevamo le unghie sempre rotte».

Prime squadrette, poi esordio nel Santos e gol. Girava già intorno alla bandierina per festeggiare?
«Ahahaha. Questa storia mi stupisce ogni volta: a distanza di anni tutti ricordano la bandierina. E
pensare che è nata per caso».

Come?
«Derby col San Paolo, e un radiocronista di quelli che urlano “Goooooooooooolllllll” mi chiede: “Se segni oggi come esulti?”.
E io: “Non so, improvviserò”. Pronti via, subito una rete e d’istinto corro sulla bandiera e quando sono lì mi salta in testa di girarci intorno.
Poco dopo, doppietta e poi ancora terza rete: ha portato bene e poi l’ho sempre fatto».

Juary, ora vanno di moda le esultanze “famolostrano”. Diamo qualche voto:
Totti e il parto simulato.
«Bello! Ha stupito tutti, anche Ilary. Gesto d’amore, voto 10».

Toni e la mano sull’orecchio come per dire: avete capito cosa ho fatto?
«Ma è per i propri tifosi o per quelli avversari? Ehehehe. Divertente, voto 8».

Le capriole dei nigeriani.
«Spettacolari, le avessi fatte io mi sarei spezzato la schiena. Voto 9».

Lo spogliarello della maglia.
«E’ per mostrare lo sponsor sotto, non mi piace. Voto 4».

L’ultima la scelga lei: una che proprio non sopporta.
«Cassano mi perdoni, ma quando ha dato il calcio alla bandierina mi ha fatto venire un colpo: ma come, maltrattare così la mia bandierina? Ahahaha. Voto 3».

Juary, torniamo a lei: Santos, un’esperienza in Messico a Guadalajara e poi l’Italia.
Come ci è arrivato all’Avellino?
«Ha tempo per ascoltare che la faccio ridere?».

Tranquillo, manca quasi metà pagina.
«Bueno.Finisce la stagione e sono pronto per andare in vacanza.
Mi convoca un dirigente, dice: “Vado in Italia a vedere giocatori, mi devi accompagnare perché te
ne intendi”. Mi sembra strano, provo a rifiutare, mi costringono ad accettare. Decolliamo
e sull’aereo noto che c’è anche il segretario del club, quello che gestisce i soldi. Boh. Primo bicchiere di vino echiedo spiegazioni. Niente. Secondo, terzo, quarto bicchiere e propongo:
“Amici, ordiniamo una bottiglia”.
Ce la scoliamo e mezzo sbronzo metto alle corde il dirigente:
“Ora basta, ditemi dove andiamo?”.
Mi prende sotto braccio: “Juary, non puoi scappare e non ci sono paracadute. Andiamo in Italia,
ti abbiamo venduto all’Avellino”.
E io: “Hheee? Che cazzo dici? Dove è?”».


Mica male. E poi?
«Mi spiegano che è una questione di soldi, mi ha voluto Vinicio e bla bla bla. Arriviamo in sede, ci sediamo al tavolo: io, i dirigenti, Sibilia e Vinicio».

Scusi Juary, cosa sta facendo? Perché si mette gli occhiali da sole?
«Imito Sibilia. Abbassa gli occhiali sul naso, mi scruta da vicino e si volta da Vinicio: “Ma tu
sippropriossicuro checchisto è un calciatore?”. Parlottano. Mi osserva ancora da vicino: “Ma è piccolino, nuncelappò fa’”.
Parlottano ancora e borbotta a Vinicio: “Cumpà, ma io dovrei spendere
800 dollari pecchistuccà? Se non gioca tra 3 mesi caccio lui e te insieme”.
E mi fa firmare: 20 milioni netti».

Poi si è convinto.
«Al primo gol.. Sa che sono andato a salutarlo il mese scorso? E’ stato gentile come sempre. Era un grande signore, elegante e corretto».

Con qualche amicizia particolare...
Cutolo, per esempio, boss della camorra. Lei lo conobbe, vero?
«Che casino quella volta. Mi chiama Sibilia: “Domani tu devi venire con me”. E io: “Ma c’è allenamento”. Risposta secca: “Qui comando io”. Il giorno dopo vengono a prelevarmi gli uomini
della scorta, due giganti talmente grandi che in mezzo a loro sembravo Arnold, quello del telefilm “Il mio amico Arnold”.
Ahahaha, bella questa vero?».

Bella. Continui.
«Salgo in macchina e chiedo a Sibilia: “Dove andiamo?”.
Risposta secca: “Fatti gli affari tuoi!”.
Ad un certo punto mi ritrovo in tribunale tra interrogatori e carabinieri.
Mi portano da quel tizio dietro le sbarre che voleva conoscermi. Io non sapevo chi fosse».

Cutolo, cui ha regalato una medaglia d’oro...
«Macchè, bugia: era la medaglietta dell’Avellino. Mi parla, si informa, mi saluta. Solo il giorno dopo ho capito...».

Ai tempi, in città, si diceva che fosse il modo con cui Sibilia si sdebitava nei confronti di Cutolo perché avevano da poco sventato un attentato allo stadio.
«Si diceva, ma non ne sapevo nulla».

Anni duri, quelli. Camorra e terremoto.
«23 novembre 1980, avevamo appena battuto l’Ascoli 4-2. Sto facendo la doccia a casa e sento un boato, scappo sul balcone nudo credendo fosse una bomba. Poi il giro in auto per la città con Tacconi per controllare che tutti i compagni di squadra stessero bene.
Se mi sento avellinese è perché ho vissuto quel disastro e ho sofferto con la gente del posto».


Due stagioni all’Avellino e poi il grande salto: Inter.
«Un errore, non ero pronto per quella squadra. Anno disastroso, clima freddo, problemi, e uno spogliatoio che era una bomba a orologeria perché non si vinceva da anni e c’era troppa pressione».

Sembra stia raccontando l’Inter di adesso.
Ehehehe. La chiamavano “el negher”, mai avuti problemi di razzismo?
«Mai, me ne fregavo».

E allora perché restò tanto isolato?
«C’era il gruppo di chi giocava insieme da anni come Altobelli e Beccalossi. E poi il gruppo di quelli del Mondiale come Oriali, Marini e Collovati. E due stranieri, io e Hansi Muller che parlava solo tedesco. Claro che sono restato solo».

In più qualche dichiarazione azzardata.
Come dopo la sospetta combine di Genoa-Inter 2-3 e il gol di Bagni il “traditore”...
«I giornalisti hanno frainteso, non sapevo nulla. I compagni si sono fidati di quanto letto e dal quel momento mi hanno accantonato definitivamente. Qualcuno non si è comportato da uomo».

Nomi, grazie.
«Sono passati 25 anni, le cose brutte le cancello subito».

Ciao Inter, il riscatto all’Ascoli e poi la Cremonese.
«Mondonico bravissimo, aveva creato un ambiente familiare. E che ridere con Zmuda: ad ogni minima difficoltà ripeteva ad alta voce: “Torno Polonia, torno Polonia”.
Finché un giorno lo guardo: “Ma sei ancora qui? Vattene a casa, hai rotto le scatole!” Ehehehe».


Nel 1985 il triste addio all’Italia. La davano per finito.
«Invece con il Porto ho vinto la Coppa dei Campioni segnando il gol del 3-1 all’80’.
GrasiasaDios. Il momento più bello della mia carriera. Ma non della vita: niente è paragonabile alle favelas».

Juary, ultime domande veloci.
1) Il più forte di sempre?
«Pelè».

2) Il più forte di adesso?
«Nessuno è in grado di fare la differenza da solo. Mi piace molto Vieira».

3) C’è un nuovo Juary?
«Impossibile fare paragoni. Mio figlio si sta allenando con il Cervia, ma non mi deve assomigliare».

4) Ha un sogno?
«Veder crescere i miei figli tranquillamente. Ne ho 5 e da dieci mesi sono diventato nonno di Sara».

5) Ultimo giochino: i migliori 11 compagni di Juary.
«Tacconi in porta.
In difesa João Pinto, Collovati, Cattaneo e Beruatto.
In mezzo Andrè e Magalhães del Porto e Vignola.
Davanti Altobelli, io e Madjer.
Allenatore Artur Jorge».


Squadra vincente?
«Claro che sì. Ma soprattutto sempre all’attacco».

Intervista bellissima, grandissimo regalo di ALESSANDRO DELL’ORTO

AD AVELLINO UN ALTRO JUARY, MA NEL CALCIO A 5

Data: 08/01/2009
tratto da http://sport.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=3055

Il figlio del grande campione brasiliano che negli anni ’80 infiammava il Partenio, veste anche lui i colori biancoverdi e si racconta in un’intervista a cuore aperto.

A volte ritornano; è la stana storia di Juary jr, figlio dell’indimenticato attaccante dei lupi in serie A, che calca il parquet dei palazzetti del futsal con la stessa maglia che fu del grande papà.

L’illustre papà è stato il beniamino della tifoseria irpina, che andava in visibilio per quello scricciolo dalla velocità supersonica che esultava con un coreografico balletto attorno alla bandierina. Lui, Juary jr,all’erbetta dello stadio, ha preferito il parquet di un palazzetto, e da questa stagione indossa la maglia che fu degli stessi colori del papà.

Una singolare nemesi storica, o, se volete, un gradevole deja vu. Perchè questa scelta? “Diciamo che questo per me è un anno di transizione. Già da un paio di anni ero corteggiato dall’Avellino ma non credevo che il futsal facesse per me, ho sempre giocato a calcio. Alcuni mi dicevano che avevo la tecnica e i numeri per il futsal ma io facevo spallucce. Poi quest’estate sono rimasto senza contratto e ho scelto di provare questa nuova esperienza, con grande entusiasmo”.

Una carriera già ricca di esperienze nonostante la giovane età. “Ho cominciato nelle giovanili del Santos, in Brasile, dove ho giocato con Diego e Robinho, guarda loro dove sono arrivati- sorride-. Nel 2002 Pierpaolo Marino mi ha portato in Italia, nella primavera dell’Udinese. Da Udine sono tornato ad Avellino, quindi a Cervia, dove ho avuto Ciccio Graziani e Magrini come mister (l’anno più divertente) , e poi ho giocato in serie D ed Eccellenza”.
Come è il rapporto con tuo padre? Segue la tua carriera? “Mio padre avrebbe voluto che mi laureassi” sorride “perchè dice che il calcio è un ambiente con troppe pressioni che possono stritolarti. Nonostante ciò mi ha sempre seguito, e talvolta viene a vedermi”

L’eredità del nome che porti è un peso o un vantaggio? “Io non l’ho mai avvertita come un peso. Piuttosto sono gli addetti ai lavori che te la fanno pesare. Giochi bene o giochi male, per loro resti sempre un raccomandato. A Cervia ho giocato con Diego Maradona jr, un ragazzo squisito, ed era concorde con me nel dire che un calciatore dovrebbe essere giudicato per quello che è, non per il nome che porta”.
In cosa credi di assomigliare a tuo padre? “Nella vita in tante cose, nel campo quasi niente” sorride “Lui è stato un mito, ha vinto una coppa Campioni col Porto e qui ad Avellino è un idolo, è rimasto nel cuore della città. Chi ha giocato con lui mi dice che gli somiglio nelle movenze e nella corsa, ma per me papà resta inarrivabile”.

Cosa ti aspetti dal futuro? “Innanzitutto di fare bene quest’anno nel futsal. Poi vorrei tornare al calcio tra i professionisti, che ho solo assaggiato come antipasto”. Una curiosità , tuo padre è rimasto celebre per la sua esultanza, e tu, come esulti? “Cerco di imitarlo: mi sono già messo d’accordo con i miei compagni di squadra: se segno uno di loro fa la bandierina e io ci giro attorno per tre volte, come faceva papà. Però chissà , forse ne invento una mia. Magari giro attorno alla porta”. Juary jr, un campione di simpatia.

Autore: Antonio Del Vecchio


2 commenti:

  1. Grande Juary sei stato un grande e simpatico ed il primo a fare il "rito" del goal col giro della bandierina (era una cosa atipica) ora tutti fanno qualcosa quando segnano.Oggi è un onore averti allenatore del Sestri Levante i "Corsari" primi in classifica.E' un piacere vederti grintoso più che mai spronare i ragazzi in campo dalla panchina.Un grazie di cuore.

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  2. oggi JUARY allena con successo in Liguria il Sestri Levante nel campionato Lega Pro 2° Divisione

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