martedì 14 aprile 2009

Paolo Montero

Paolo Iglesias Montero (Montevideo, 3 settembre 1971) è un ex calciatore uruguaiano.

Nato da una famiglia benestante: il padre, Julio Castillo Montero, era stato un calciatore uruguaiano, difensore centrale della squadra del National, con la quale vinse cinque titoli nazionali, la Coppa Libertadores e la Coppa Intercontinentale.

Dopo aver iniziato a giocare nel Peñarol, nel 1992 si è trasferito in Italia a Bergamo per giocare nell'Atalanta.

Dal 1996 ha giocato nella Juventus, il secondo uruguayano a divenire giocatore di questa squadra. Nel 2005 si è trasferito in Argentina per giocare con il San Lorenzo.
Nel 2006 ritorna in Uruguay, al Peñarol.
Nel 2007 ha concluso la sua carriera calcistica professionistica.


«Nel mio calcio da duro vincevano solo i sentimenti»
BELLISSIMAAAA Intervista di ALESSANDRO DELL’ORTO (grazie !!!)
IMPERDIBILE !!!
Rubrica: Soggetti smarriti
Giornale Libero - www.libero-news.it
24/06/2007


L’ex juventino, ora procuratore in Sudamerica, si racconta: «Ho il record di espulsioni (17) ma anche una dignità: non andavo poi a piangere dai giornalisti come oggi fa qualcuno...»

Paolo Montero, tecnica e temperamento, personalità, classe, eleganza e un piede sinistro capace di magie e tocchi sopraffini, ma anche tackle durissimi.
Lanci a tutto campo, chiusure precise e qualche cartellino rosso di troppo, ha scritto la storia recente della Juventus: nove stagioni bianconere e cinque scudetti (anzi quattro: 1997, 1998, 2002, 2003 più quello revocato 2005), tre Supercoppe italiane (1997, 2002 e 2003), una Supercoppa Europea (1996) e una Coppa Intercontinentale (1996).

L'uruguayano Paolo detto Pablo o Paolino o ancora "Pigna" per il famoso pugno rifilato a Di Biagio, era difensore centrale di poche parole («Non mi piacevano le interviste»), sguardi cattivi e faccia da burbero, ma se per questo l'avete sempre immaginato antipatico preparatevi a ricredervi: scoprirete un uomo brillante e spiritoso, leale e sensibile.

Montero, 36 anni, ha disputato le ultime due stagioni con San Lorenzo (Argentina) e Peñarol (Uruguay), ma ora ha detto addio, basta calcio giocato.

Fa il procuratore e cerca talenti - in Sudamerica - per lanciarli nel football italiano.

Montero che si racconta in una lunga intervista. Quasi da non crederci.
«Sono un tipo riservato, da calciatore non mi piaceva parlare dei fatti miei e cercavo di passare inosservato. Non come quelli che fanno i duri e poi vanno a piangere in tv per diventare simpatici ai giornalisti e strappare mezzo punto in più nelle pagelle... ».

Urca, subito un'entrata decisa. Ora ha smesso, non ci sono più questi problemi.
«Non ne potevo più delle discussioni con i dirigenti e della mancanza di organizzazione
del calcio uruguayano».

Già deciso cosa fare? Allenatore? Diesse? Altro?
«No, la panchina non mi attrae: meglio la scrivania. Sono entrato in società (la Pro Football) con Mendez (ex Vicenza e Torino), cerchiamo talenti in Sudamerica e li portiamo in Italia. Voglio dare la possibilità a molti ragazzi di fare quello che ho fatto io: passare per una società di provincia seria e organizzata che ti insegni a giocare e vivere - come è stata per me l'Atalanta
- e poi fare il grande salto. Resteremo qui tutta l'estate per il calcio mercato, speriamo di fare buoni affari».

Qualche vostro piccolo campione da consigliare?
«Lombardi, fantasista di 18 anni del Club Atlètico Progreso, uno alla Del Piero. Oppure
Rosano, del Montevideo Wanderers, esterno all'Attilio Lombardo e con il calcio di palla alla Beckham. O ancora Pereira che gioca negli allievi del National Montevideo ed è una mezzapunta alla Ortega. Ma soprattutto Arias del Peñarol, centrale difensivo».

Giocatore alla Montero?
«Noooo. Tecnicamente molto più forte e completo, fisicamente più dotato».

Caspita… In attesa del nuovo Montero, parliamo di quello vero: aveva salutato l'Italia nel 2005 con la Juve scudettata e ora la ritrova reduce da un torneo di serie B e senza Moggi, Giraudo e Bettega.
«Della triade posso solo parlare bene, hanno sempre creduto in me.
Calciopoli? Sono stupito, non mi ero mai reso conto di niente. Un'idea, però, me la sono fatta».

Cioè?
«Eravamo una grande squadra, i più forti: quando vinci troppo, agli altri non resta che avere sospetti o dire che rubi. Succede sempre così: quando giocavo nell'Atalanta ed erano gli anni in cui dominava il Milan, si malignavano le stesse cose sui rossoneri».

Già, l'Atalanta. Poi ne parliamo. Intanto facciamo un ulteriore passo indietro: come era il piccolo Montero?
«Bambino innamorato del calcio».

E figlio d'arte: papà Julio Castillo giocava nel National di Montevideo e ha disputato i Mondiali di Messico '70 e Germania ’74.
«L'ho visto incamposolo a fine carriera e una volta in una registrazione tv: bravo, molto grintoso».

Gli idoli di Paolo Montero?
«Hugo De Leon, pilastro dell'Uruguay ai Mondiali del '90: ho imparato da lui a uscire dall’area palla al piede. In Italia, Baresi e Maldini».

La sua prima squadra?
«L'Escalinata, poi a 18 anni l'esordio nel Peñarol e la previsione di Menotti: “Paolo,
se continui così diventerai l'erede di Passerella”
».

E la nota l'Atalanta.
«Vengono a vedermi Previtali e Vitali, stanno un mese a spiarmi e mi offrono un contratto».

Impossibile rifiutare, e il giovane Montero, a 18 anni, sbarca a Bergamo per un mese d’ambientamento. Primo impatto?
«Bellissimo, anche perché mamma e papà mi seguono in Italia».

A proposito, ai tempi circolava una leggenda: suo padre Julio Castillo venditore ambulante in un baracchino per le strade di Milano.
«Claro che sì».

Scusi?
«Tutto vero! Con un amico, nel piazzale del palazzetto, vendeva birre e panini da un furgone. Si divertiva, spesso andavo a trovarlo».

Torniamo a lei. Il compagno che l’ha aiutata di più?
«Caniggia, che fino a quel momento per me era solo un idolo. Faceva da traduttore, mi portava al ristorante e mi accompagnava in auto al campo».

Finché le danno un’Alfa 75 rossa e lei... Ricorda?
«Certo, ahahaha. Torno per la prima volta da solo dall’allenamento, sbaglio strada e mi ritrovo in un senso unico contromano.
Mi fermano i vigili e provo a spiegare che sono un giocatore in prova all’Atalanta.
Non ci credono. Disperato, faccio vedere i documenti e finalmente, a fatica, li convinco.
Risultato: mi scortano prima in sede e poi all’hotel».

Dopo un mese di ambientamento, la gara d’esordio nel Trofeo Bortolotti: esce Stromberg ed entra lei. Passaggio di consegne simbolico. Emozionato?
«Claro. In carriera ho vinto Champions e Intercontinentale, ho giocato in stadi grandissimi e di fronte a migliaia di persone, ma non ho mai avuto paura come quella volta».

Stagione 1992/93, arriva Lippi e le chiede di fare il terzino sinistro.
«Rifiuto: o faccio il centrale, oppure niente. Lui capisce e disputo un grande campionato».

Lippi: buon rapporto?
«Una di quelle rarissime persone con le quali discuti, anche animatamente, e ti incazzi. Poi vai a casa, capisci che ha ragione lui e ti passa».

Prima stagione ottima, poi arriva Guidolin.
«Niente da dire sull’allenatore, bravo e preparato. Però non ha rispettato la storia dell’Atalanta: a Bergamo si era sempre giocato con stopper e libero, lui impose la linea a quattro».

E fu un disastro.
«In campo però ci andavamo noi, sbagliato dargli tutte le colpe».

Esonerato a novembre, Guidolin se ne va e accusa: “Nello spogliatoio ci sono tre ribelli: Bigliardi, Alemao e Montero”.
«Figuriamoci se io, diciottenne che vuole far carriera, mi metto a remare contro! Da quel giorno, con Guidolin, non mi sono più salutato nemmeno quando ci siamo affrontati da avversari».

Guardi qui, le figurine di quell’anno. Scelga un compagno da raccontare.
«Il povero Pisani, morto l’anno successivo in un incidente d’auto. Attaccante bravo e velocissimo, amava i vestiti firmati, si specchiava in continuazione e in campo, dopo ogni scatto, si fermava a sistemare il ciuffo. Che ragazzo splendido».

La stagione, intanto, finisce male malgrado l’arrivo di Prandelli: retrocessione e contestazione degli ultrà.
«Mi prendo le colpe di tutti e vengo perseguitato dai tifosi: scritte sotto casa (Montero vattene), striscioni, cori e fischi ad ogni tocco di palla».

Però arriva Mondonico e scommette: farò rinascere Montero.
«La mia fortuna. Mondo, idolo della curva, fa di tutto per recuperarmi, ci riesce e torniamo in A».

Per un’altra sua grande stagione. Ormai Montero ha convinto tutti e ha personalità, altro che il ragazzino timido che si era perso in auto. Tanto che una notte, in discoteca... Ricorda?
«No...».

Arriva un giornalista e trova cinque atalantini, musica, donne, qualche mojito di troppo. Quattro di loro si nascondono in bagno, dietro il bancone e fanno finta di non vedere, mentre Montero si fa avanti, saluta calorosamente e sussurra al giornalista: “Tanto, se esce qualcosa, so che sei stato tu...”. Grande carattere, ora ricorda?
«Ahahah, claro che sì: era lei!».

Dalla discoteca al campo, era l’anno di un giovane e rozzo Bobo Vieri. Si sarebbe mai aspettato di vederlo arrivare così in alto?
«Sì, perché non avevo mai incontrato nessuno con tanta voglia di imparare. Dopo ogni allenamento si fermava un’ora a palleggiare per migliorare la tecnica».

Intanto c’è la sentenza Bosman e Montero, a fine contratto, si svincola.
«Ruggeri, presidente dell’Atalanta, non vuole rinnovare. Mi chiama l’Inter, vado a Milano per parlare con Mazzola, ma ricevo un’offerta troppo bassa».

Qualche cifra per capire.
«Cinquecento milioni, gli stessi soldi che prendevo a Bergamo».

Stop. Risposta secca: con il calcio è diventato ricco?
«Sto bene, i ricchi sono altri. Però mi sono sistemato la vita e posso garantire un futuro tranquillo ai miei due figli: Francisco di 2 anni e mezzo e Alfonso di 3 e mezzo».

Diceva dell’Inter?
«Rispondo di no e torno a casa, mi richiamano il giorno dopo dicendo che ci hanno ripensato, ma
intanto sono arrivati Moggi, Lippi e la Juve...».

E si ritrova a Torino, stagione 1996-97. Primo impatto bianconero?
«Organizzazione fantastica. Tutto preciso, persone che ti risolvono ogni problema, sei mila tifosi che pagano per vedere l’allenamento. In-cre-dibi-le».

Montero nel grande calcio. Salto importante che esalta le qualità, ma anche qualche difetto. Lei, per esempio, detiene il record di espulsioni in A: diciassette.
«Ora ci rido su, ma giuste saranno state al massimo 7! Ai tempi dell’Atalanta erano appena cambiate le regole, quelle sul fallo da ultimo uomo, e ho pagato eccessivamente l’inesperienza: molte espulsioni erano per doppia ammonizione».

Questo è vero. A volte, però, è stato indifendibile.
Tipo il pugno a Di Biagio...
«Cose di calcio».

In che senso, scusi?
«In campo succede, a volte, di perdere la testa. Ma non cerco scuse: colpa mia, giuste le polemiche».

La “Gialappa’s” la prendeva in giro soprannominandola “Pigna”.
«Mi divertivo molto. Come dice mio padre: “Che dicano bene o male, l’importante è che dicano qualcosa di te”».

Pagato molti soldi in multe?
«Pppfff, tantissimi. Quando mi buttavano fuori, Moggi si arrabbiava e presentava il conto, ma poi sapeva sempre trovare le parole giuste per difendermi. Con lui avevo e ho tuttora un rapporto sincero».

Parliamo di avversari. Il più fastidioso?
«Montella. Samp-Juve ai tempi di Menotti, è in forma e fa di tutto: dribbling, tiri, scatti. Mai preso. Un incubo. Uno dei centravanti più forti del mondo».

Il più duro?
«Casiraghi, che non aveva paura di niente.
Stava zitto e pum, si faceva rispettare. E io, zitto, pum, rispondevo. Duelli intensi ma bellissimi, perché di grande lealtà».

Il miglior simulatore?
«Non so, i simulatori non mi hanno mai infastidito. Il calcio è un gioco, come il poker, ed è lecito bleffare. L’importante è essere leali nella vita».

Buona questa. Lei invece aveva un pallino: fare il tunnel al suo avversario.
«Claro che sì. Adrenalina pura, il massimo.
I portieri Ferron e Pinato, all’Atalanta, mi volevano sempre ammazzare. Poi, alla Juve, ho capito che era meglio smettere».

E quando subiva un tunnel che faceva?
«Massimo rispetto se la partita era sullo 0-0. Sul 4-0 per gli altri, invece, era una presa per il culo e mi faceva arrabbiare...».

Torniamo ai bianconeri. Il suo rapporto con Agnelli?
«Mi chiamava la mattina alle 6».

Tipico, lo faceva con molti giocatori. Perché ride?
«Perché la prima volta l’ho mandato affanculo».


Scherza, vero?
«Lei che avrebbe fatto se, all’alba, un tizio le avesse detto “Pvonto, sono l’Avvocato
Agnelli”? Io ho messo giù».

Ops. E poi?
«Ha richiamato. “Montevo, che fa? Guavdi che sono davvevo Agnelli”. E io senza parole...».


Qualche battutina su di lei?
«Dopo il pugno a Di Biagio l’Avvocato mi vede e scuote la testa: “Paolo, non mi sei piaciuto pev niente». Io mi preoccupo: chissà che predica. “Paolo, non mi sei piaciuto pevché non l’hai pveso bene: un bvavo pugile con un gancio così l’avrebbe fatto cadere!”. Capito? Bravo a sdrammatizzare dopo tante polemiche».

Montero, quando parla di Agnelli sembra emozionato.
«Mi affascinava. Arrivava elegantissimo con il suo bastone ed era educato e gentile con tutti: lui, un uomo così potente, parlava con il povero magazziniere Romeo con naturalezza e semplicità
così come stiamo parlando ora io e lei».

In campo, intanto, la Juve vince e la difesa prende pochi gol grazie a una coppia di centrali fortissima: Montero e Ferrara.
«Di Ciro ho sempre ammirato la capacità di concentrarsi e di sdrammatizzare: nei momenti più
difficili sapeva togliere tensione con una battutina».

Anche in campo?
«Claro che sì. Ma io non ridevo mai e ora posso confessare il perché: parlava in napoletano e non capivo niente!».

Montero, guardi qui sull’album Panini. Lo vede? Zinedine Zidane.
«Favoloso. Fine allenamento, tutti a fare la doccia e Zizou, ogni giorno, si ferma un paio d’ore a giocare con Davids».

E lei?
«In disparte a guardare i due fenomeni: mai palleggiato con loro per vergogna».

Numeri e magie?
«Una sfida continua. “Edgar, ho inventato un giochetto nuovo,ammira!”.
E Davids: “Zizou, vediamo se sai fare questo tocco che ho ideato stanotte”.
Finché un giorno Zidane mi coinvolge.
“Paolo, prendi il pallone e calcialo più in alto possibile”».

E lei?
«Io, invidioso, puuuuum, lo tiro fortissimo per vedere cosa succede. E...».

...e?
«Prima che il pallone tocchi terra, Zizou lo colpisce al volo di tacco facendo la bicicletta e lo rialza alle spalle buttando in avanti».

Difficile da capire, chissà da fare. Spieghiamo meglio: un colpo di tacco?
«No, no, di più. Ha presente quando correndo si alza il pallone da dietro e lo si fa passare dietro la schiena e poi sopra la testa facendolo arrivare davanti? Ecco, la stessa cosa,ma con la palla colpita a mezzaaltezza e al volo!».

Incredibile.
«Mai visto niente del genere. Credendola una giocata un po’ fortunosa, dico: “Bravo
Zizou, ma sai rifarlo?”. Beh, l’ha ripetuto tre volte di fila...».

Zidane ha segnato gol e insegnato calcio, vinto e dato spettacolo per tutta la carriera. Al momento di salutare, però, la testata a Materazzi nella finale Mondiale.
«Lo capisco. Altro che noi normali calciatori di serie A, lei non immagina che pressioni deve sopportare uno come lui: occhi sempre addosso, tv, giornali, tifosi. Si ricordi questa cosa, Zizou lo metto tra i primi 5 compagni avuti in carriera. E sto parlando come uomo, non come calciatore.
Sa cosa ho sperimentato di persona? Più i calciatori sono fenomeni, più sono umili.
Penso a gente come Zizou, Maldini, Edgar».

Appunto, raccontiamo di Davids.
«Come Zidane, un giocoliere: così bravi che non li ho mai visti andare in mezzo nel torello. Di Edgar, poi, non si può dimenticare quella volta in partitella...».

Magia?
«Ha presente il giochetto che fa nella pubblicità? Il dribbling dell’elastico, quello con l’interno-esterno del piede stile Ronaldinho. Beh, stiamo giocando, aspetta l’uscita del portiere e fa gol proprio così, ma al volo a mezza altezza! Tutti a bocca aperta, Lippi fischia: “Ragazzi, dopo una rete così si va a fare la doccia”. E finisce l’allenamento tra gli applausi».

Davids gran giocatore, ma anche un bel caratterino.
«Se non gli andavi a genio ti ignorava, altrimenti era un amicone. Simpatico, grintoso ma sbadato. Ora le racconto un aneddoto a cui nessuno crede mai».

Prego.
«Partita di campionato contro il Piacenza, entriamo al Delle Alpi per fare il riscaldamento,
stadio pieno, cori e striscioni. Edgar mi chiama sottovoce guardandosi alle spalle come per evitare che qualcuno lo sentisse. “Pssst, psssst, Paolo vieni qui”.
Mi preoccupo. “Che c’è?”. “Sssst, non urlare.
Per caso, sai mica contro chi giochiamo oggi?”. Giuro, è la verità».

Ahahaha. E poi come ha giocato?
«Migliore in campo!”».


Guardi questa figurina. Alex Del Piero.
«Ragazzo semplicissimo e di poche parole. Grande professionista, l’ha dimostrato durante l’infortunio al ginocchio».

Quello che l’ha cambiato.
«Ha sofferto e lavorato, ma è tornato un campione»
.
Beh, insomma... Non è stato più lo stesso Del Piero. Qualcuno ha ipotizzato questioni
di doping.
«Cattiverie. Alex prima del ko era spettacolare, andava a mille all’ora e si fermava
improvvisamente, poi ripartiva. Per farlo, servono due gambe così e dopo che ti si rompe completamente il ginocchio, è normale fare più fatica».

Zeman aveva altri sospetti: cosa ne pensa del tecnico boemo?
«Non posso parlare di lui, non lo conosco.
Però è lo stesso discorso di Calciopoli: quando sei al top cercano di darti fastidio in tutti i modi».

Lei ha mai preso nulla alla Juve?
«Non ricordo di aver preso qualcosa di sbagliato».

Montero, al processo non avete fatto una bella figura: tutti a rispondere “non so”,
“boh”, “non ricordo”.
«Se domani le chiedessero quanti colleghi di Libero, ogni mattina, vanno a bere il caffè lei saprebbe rispondere? Il primo anno di Juve osservavo tutto, sapevo anche come si allacciava le scarpe Zidane.
Poi ti ambienti e non noti più cosa fanno gli altri, è tutto routine».

Il processo è stato interminabile, ma ne siete usciti puliti.
«Quello che prendevamo era nella lista Fifa, tutto lecito e al processo non hanno portato una sola prova contro di noi. Mi ha dato fastidio essere stato coinvolto, marchiato, catalogato. Pensavano di fregarci, sa? Ci hanno martellati: ogni mese, all’allenamento, venivano a fare controlli a sorpresa: sangue e urine. Valori trovati fuori norma: zero. Nessuno, però, ha mai scritto e raccontato questa cosa...».

Vi sentivate perseguitati?
«Io ci scherzavo su. Quando vedevo arrivare i tipi dell’antidoping urlavo al medico:
“Butta via la droga, butta via la droga!”.
E tutti a ridere, anche quelli là».

Al processo lei confessò di avere problemi di fegato. Troppo alcol.
«Fegato, ma anche stomaco: ho sempre sentito troppo la partita, dopo una gara dormivo poco per l’adrenalina».

Beveva molto?
«Mi hanno dipinto come un ubriacone, ma bevevo come tutti i ragazzi della mia età: qualche bicchiere se si faceva serata».

A proposito di serate e polemiche. Fu coinvolto nello scandalo “Viva Lain”, l’eros center di Torino.
«Quando lo dico non ci crede nessuno, ma sa che in quel posto non ci sono mai stato? Perché mi fissa in quel modo?».

Così, stupore...
«Guardi, a me è sempre piaciuto divertirmi e l’ho sempre fatto. Nottate, discoteche, ragazze. Mai negato niente. Al “Viva Lain” però, davvero, non ci sono mai andato.
Il problema è che a Torino mi hanno sempre massacrato perché frequentavo i Murazzi, un posto dove nessuno si interessa di calcio».

Montero, altre figurine. Pavel Nedved.
«Il più grande professionista mai conosciuto.
Un giorno sento una sua intervista in cui racconta che la mattina, a casa, va sempre a correre prima di venire all’allenamento. Non ci credo e il giorno dopo lo prendo in disparte: “Pavel, mica sarà vero quello che hai detto”».

E...?
«Resto senza parole: è proprio così. Si svegliava, correva da solo e poi nel pomeriggio si allenava. E arrivava sempre davanti a tutti noi».

Paolo, questa è l’ultima figurina e merita un discorso a parte: Gianluca Pessotto.
Quando è stato male, lei è partito immediatamente dall’Uruguay.
«Claro. Naturale, siamo amici e l’avrebbe fatto chiunque. So che c’è chi si è stupito nel vederci così legati perché siamo completamente diversi, ma abbiamo un rapporto intensissimo».

Cosa pensa della sua vicenda?
«Non so la verità e non l’ho mai voluta sapere: a me interessava solo che guarisse.
Sono venuto immediatamente a Torino e mi sono fermato 15 giorni al suo fianco. I medici con me sono stati fantastici: con la dottoressa Monica ci scambiamo ancora sms.
A Natale Gianluca è venuto con la famiglia mio ospite in Uruguay, ora è in gran forma e sono felice».

Montero, ultime domande veloci.
1) Il successo più bello?
«Il primo scudetto con la Juve».

2) Il momento più brutto della carriera?
«La mancata qualificazione ai Mondiali di Germania con l’Uruguay».

3) Il gol più bello?
«Atalanta-Ancona, bomba da lontano».

4) Il giocatore più forte di sempre?
«Maradona. Zidane quello con cui ho giocato».

5) In attività?
«Ronaldinho».

6) Il difensore migliore?
«Maldini e Baresi».

7) C’è un nuovo Montero?
«Ce ne saranno mille».

8) Musica, attrice e scrittore preferiti.
«Salsa, Michelle Pfeiffer, Paolo Coelho».

9) Una cazzata che non rifarebbe?
«Ne ho fatte tante. Forse il pugno a Di Biagio e il fallo su Totti in Roma-Juve 4-0».

10) Ultimissima: la nazionale dei compagni di Montero?
«In porta Buffon (Peruzzi).
A destra Torricelli,
centrali Ferrara e Iuliano,
a sinistra Pessotto.
In mezzo a destra Lombardo (Jugovic),
centrale Deschamps (Alemao),
a sinistra Davids.
Zidane dietro le punte.
Davanti Vieri e Del Piero».


Che c’è, non la convince?
«Ho lasciato fuori Zambrotta, Cannavaro e Thuram! Cancelli tutto, con così tanti campioni è impossibile fare delle scelte.
Meglio tornare a pensare alle mie giovani promesse...».

Intervista bellissima, grandissimo regalo di ALESSANDRO DELL’ORTO




Video Pequeño homenaje a uno de los mas grandes jugadores celestes


Goles Santos: Paolo Montero a Blanquiceleste

CALCIO Montero si racconta
Aneddoti e curiosità di 9 anni in bianconero
22 marzo 2011




6 commenti:

  1. Picchia per noi paolo montero!!!!
    GRANDISSIMO!!!

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  2. Il mio nick è sempre clodMONTERO!!!
    Immensamente grande..picchia duro Paolo!!!

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  3. Intervista fantastica :D

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  4. COMPLIMENTI PER LA STUPENDA INTERVISTA.
    QUANTO A PAOLO MONTERO E' SEMPLICEMENTE UN IDOLO

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  5. HOla motro!un saludo de giampiero! de lecce...y un abraco para Patri, tu ninos, Michetti, Senhora Marta y todos!

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