lunedì 28 novembre 2011

Giorgio Carrera





«Non so cosa sia successo, ci siamo smarriti, come se la squadra si fosse disintegrata. Questi qua giocano il miglior calcio del campionato».
Parole del centrocampista del Napoli Claudio Vinazzani, intervistato nel dopopartita di Napoli-L.R.Vicenza 1-4, stagione 1977-78. 
Quando una neopromossa provinciale arrivò a contendere lo scudetto alla Juve di Trapattoni fino alla penultima giornata di campionato.
Intanto al San Paolo il pullman dei biancorossi veneti non parte.
I tifosi partenopei con ancora il match negli occhi festeggiano la squadra ospite, la processione dei ragazzi a chiedere l'autografo a Paolo Rossi, indiscussa star di quella incredibile squadra passata alla storia poi come Real Vicenza.

«Ottantamila persone al San Paolo a fine partita ad applaudirci a scena aperta, le carovane di macchine di napoletani che ci accompagnano strombazzando fino a Capodichino. E noi sul pullman a non crederci, io avevo la pelle d'oca ma non ero il solo. Quello è stato per tanti di noi il momento più bello della carriera»
A parlare è Giorgio Carrera, il libero e il talento più promettente, insieme al futuro Pablito, di quel piccolo miracolo sportivo.
Si parlava di Carrera - all’epoca ventiduenne -  come del “libero moderno”: quasi un regista arretrato, alla Beckenbauer.
Piedi buoni, visione di gioco, scelta di tempo, buona corsa malgrado il fisico allampanato.
E quando si sganciava in avanti era uno spettacolo. 

Ma gravi infortuni e un carattere poco incline ai compromessi gli minarono la carriera.
Grande feeling con la gente, non altrettanto con burocrati, presidenti e allenatori. 
Ultima in casa di quella fantastica stagione contro il Perugia: al fischio finale i biancorossi si denudano sul campo per poi fiondarsi negli spogliatoi. Tutti eccetto lui.
“Perchè fuggire, quando i tifosi volevano farci festa?” - pensai - “Chissà quando avrei riassaporato una emozione del genere”
E infatti il numero 6 finì issato in lungo e in largo per il Menti dai tifosi come una reliquia in quel pomeriggio uggioso, a risarcimento della mancata convocazione in Nazionale per i mondiali di Argentina, quando era stato pure eletto dai giornalisti migliore libero del campionato.

Nato a Pavia nel 1955, Carrera a sedici anni esordisce in serie D da mezz'ala e intanto fa l'operaio in fabbrica nella ditta di resistenze elettriche del presidente del club pavese Migliorini.
 Ma a inventarlo libero è l'allenatore Ernesto Villa, per sostituire il titolare. 
«Con la Primavera il sabato prendemmo cinque gol e fui un disastro. Il giorno dopo giocai con la prima squadra e fui il migliore in campo».
Dal Pavia alla Reggiana in serie B: comincia a farsi notare e cominciano gli infortuni alle sue gambe di cristallo. 
Il Torino lo voleva l'anno prima, ma con Radice “sergente di ferro” litiga furiosamente, non se ne fa niente. E mentre è in vacanza sull'Adriatico fresco sposo, legge sulla Gazzetta di essere stato ceduto al Lanerossi.
«Qualche giorno dopo mi sono presentato in società e ho conosciuto l’allenatore Gibì Fabbri: la sua prima frase sul calcio è stata "Guai a chi la butta fuori" e ho subito capito che Vicenza era il posto giusto per me».

E comincia la favola del Real Vicenza di Paolo Rossi & C. «Era semplicemente una squadra perfetta, una rara combinazione di uomini al posto giusto nel momento giusto. 
Ovvio che su tutti c'era Rossi, che Battista Fabbri ebbe l'intuito di spostare dall'ala al centro, in un epoca in cui i centravanti erano tutti degli arieti. 
E quel tipo mingherlino e veloce, là da solo in area, finiva con lo spiazzare i marcatori che se lo vedevano scappare da sotto gli occhi in un secondo; e poi c'era Giancarlo Salvi che come intelligenza calcistica era paragonabile tranquillamente a Rivera».
Ma anche con Gibì Fabbri non andava tutto liscio. «Con la promozione in A io ed Enzo Donina dovevamo andare alla Domenica Sportiva, poi si preferì mandare un altro al posto di Enzo, contestai la decisione e me ne stetti a casa anch’io”.

E dopo il secondo posto Carrera non vuole sapere di andarsene da Vicenza malgrado le offerte delle grandi. E dietro l’angolo, il grave infortunio. «Fu in agosto durante un amichevole con la Fiorentina, un incidente rarissimo, la rottura di una cartilagine in prossimità dello scafoide. Rientrai per fare le ultime dieci partite dopo sette mesi di assenza e quei metri fino al centrocampo li feci in lacrime emozionatissimo, con tutto lo stadio a gridare il mio nome. Retrocedemmo in una disgraziata stagione, ci fecero pagare con gli interessi tutta la magia del campionato precedente e quel madornale errore di Farina di non vendere Rossi alla Juve, che non ho mai smesso di rimproverargli. Ricordo che negli spogliatoi di Bergamo lo mandai a quel paese davanti a tutti nel gelo generale. Lo avesse venduto senza andare alle buste, saremmo rimasti in A per altri dieci anni».

Poi il passaggio al Torino, altro grave infortunio al ginocchio e il ritorno a Vicenza in B. Quindi il trasferimento al Bologna: 19 partite in A insieme a un giovane Roberto Mancini e la carriera sembra riprendere quota. Ma l’anno dopo arriva in panchina l'arcinemico Radice e lui rifà i bagagli.

A 27 anni rifiuta offerte da buone squadre di A e ormai disilluso dal grande calcio preferisce tornare vicino casa, a Carpi in serie D, quindi altri due anni ad Olbia sempre in quarta serie. 
Il canto del cigno a Palermo in C2 nella stagione 87/88 quando diventa capitano di una squadra ricostruita da zero dopo il fallimento societario dell’86 e la controversa radiazione (un anno senza calcio, fatto pressoché unico). La piazza palermitana, dopo una protesta concretizzata nello sciopero del Totocalcio, accorre in massa per il nuovo Palermo che vede in panchina Pino Caramanno. A 33 anni Carrera fa da chioccia in campo a nomi come Manicone, Di Carlo e a un talento inespresso come D’Este e i rosanero vincono il campionato.
Carrera chiuderà poi a 37 anni con la Bagnolese in Interregionale. 

Adesso si occupa di settore giovanile, ma è soprattutto l’idolo dei tifosi del Vicenza per le sue presenze in TV come fumantino opinionista. 

Un ultimo pensiero ancora a quel campionato dietro la Juve. «Alla fine i bianconeri erano scoppiati, quel campionato si poteva anche vincerlo se non fosse stato per la sconfitta di Bologna». 

Dove il Vicenza riuscì incredibilmente a perdere, l'autorete al 90' e gol sbagliati, le voci di un vecchio favore da ricambiare ai felsinei in lotta per la salvezza, voci di tradimenti in spogliatoio anche da parte di insospettabili e chissà cos'altro. Ma ormai è tutto inutile: Carrera non ha voglia di rimestare nel torbido e preferisce parlare di calcio giocato. Di quel calcio. «Se ne accorgevano tutti. Di quel nostro campionato ne parlano ancora adesso in giro. Me lo ricordano i tifosi, ma anche vecchi colleghi che hanno fatto carriera in grosse squadre. Un calcio che mi potevo permettere a 21 anni, al mio esordio in serie A a Verona, di stoppare una palla di tacco nella nostra area, alzare la testa e darla via pulita facendo venire un coccolone al mio portiere Ernesto Galli, ma con Fabbri che dalla panchina mi applaudiva. Gibì, l'ho detto, ci diceva che la gente paga il biglietto e il calcio va giocato. Un altro in panchina mi avrebbe fucilato».


Autore: Davide Golin
Grazie mille per il regalo!!! 

1 commento:

  1. Ho letto questo articolo incuriosito dalla immagine della casacca indossata da Carrera nella immagine in binaconero: credo una seconda maglia adidas del Lanerossi Vicenza.

    Ebbene solo al termine del articolo mi è sovvenuto il collegamento che mi mancava: quella casacca mi ricordava ( troppo) la maglia del Mitico Varese di Eugenio Fascetti che nella stagione 1981-'82 sfiorò la Serie A. C' erano giocatori davvero promettenti lì: ricordo un Rampulla ad inizio carriere ( e spero di non ricordarmi male) ma ricordo bene anche un forte difensore di fascia: forse Braghin e soprattutto il regista della squadra, vero metronomo del gioco biancorosso che stupì l' Italia intera. Non hai mai pensato di dedicare qualche scheda ad uno dei giocatori di quel Varese? Io ti suggerirei il numero dieci: era veramente forte, talentuoso preciso e piedi vellutati, ma non ricordo più il nome. Ciao

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